Parità salariale per un lavoro di pari valore

Autore:  Adrian Weibel Pubblicato 24 Febbraio 2016
Persona alla scrivania con il telefono

La Costituzione federale stabilisce che donne e uomini hanno diritto a una retribuzione uguale per un lavoro di pari valore. Ma qual è la situazione nella realtà?


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Vale la pena riflettere sulle differenze salariali tra donne e uomini? Giudicate voi stessi: nel Cantone di Zurigo, le donne guadagnano in media il 24% in meno rispetto ai colleghi uomini, mentre la media svizzera complessiva è del 18%. Del 24% di differenza salariale nel Cantone di Zurigo, il 68% è spiegato da caratteristiche diverse, quali età, formazione, anzianità di servizio, esperienza professionale, livello di responsabilità o posizione dirigenziale. Ma non il restante 32%. Questa quota di differenze salariali inspiegabili o discriminatorie significa quindi che le donne guadagnano meno degli uomini esclusivamente a causa del loro sesso. Nell’arco di un’intera carriera, la differenza salariale incide notevolmente sul reddito da lavoro e quindi anche sulle future prestazioni delle rendite AVS e LPP. A questo proposito, si vedano gli esempi di calcolo sul sito dell’Ufficio per l’uguaglianza tra donna e uomo del Cantone di Zurigo.

Principio della parità salariale

La parità salariale significa che donne e uomini hanno diritto alla stessa retribuzione per un lavoro identico o di pari valore. Questo principio è sancito dall’art. 8 cpv. 3 della Costituzione federale ed è concretizzato nella legge sulla parità dei sessi (LPar). Si applica obbligatoriamente a tutti i rapporti di lavoro di diritto privato e pubblico. Vi è quindi discriminazione salariale ai sensi della legge sulla parità dei sessi quando uomini e donne che lavorano nella stessa azienda percepiscono salari diversi a parità di qualifiche ed esperienza per un lavoro identico o di pari valore.

In generale, la legge sulla parità dei sessi vieta qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata sul sesso (art. 3 LPar). Si parla di discriminazione diretta quando l’azienda considera il sesso nel calcolo dello stipendio. Vi è invece discriminazione indiretta quando si applicano criteri apparentemente neutrali, ma che hanno un impatto diverso sui due sessi. Quando i collaboratori a tempo parziale non ricevono lo stesso trattamento per quanto riguarda i giorni festivi retribuiti, le opportunità di carriera, la formazione continua o altri aspetti, ciò riguarda principalmente le lavoratrici, poiché la percentuale di persone occupate a tempo parziale è nettamente più elevata tra le donne che tra gli uomini.

Individuare ed eliminare la discriminazione salariale

Confrontate il vostro salario con i valori medi statistici. Discutete della retribuzione con i vostri colleghi, sia donne che uomini. Verificate se potrebbe sussistere una discriminazione salariale, utilizzando il questionario contenuto nella brochure «Il mio salario sotto la lente». Segnalate la presunta discriminazione salariale al vostro datore di lavoro e chiedete un adeguamento della retribuzione. Se il vostro intervento non porta a risultati, dovete avviare una procedura di conciliazione presso l’autorità di conciliazione competente. La procedura è gratuita. Se non si raggiunge un accordo davanti all’autorità di conciliazione, è necessario intentare un’azione giudiziaria entro tre mesi.

Azione per la parità salariale

In sede giudiziaria, è sufficiente rendere verosimile la discriminazione salariale ai sensi dell’art. 6 LPar, vale a dire esporre fatti che rendano plausibile l’esistenza di una discriminazione; una semplice affermazione non è tuttavia sufficiente. Spetta quindi al datore di lavoro dimostrare che non vi è alcuna discriminazione basata sul sesso. L’azione per la parità salariale consente di chiedere retroattivamente la differenza salariale discriminatoria relativa ai cinque anni precedenti, nonché una retribuzione non discriminatoria per il futuro.

Se la discriminazione salariale riguarda un numero considerevole di rapporti di lavoro, l’associazione dei lavoratori può intentare a proprio nome un’azione di accertamento della discriminazione salariale (art. 7 LPar). L’associazione non può tuttavia chiedere in giudizio il pagamento degli arretrati salariali.

Protezione contro il licenziamento

Se il vostro datore di lavoro vi licenzia senza un motivo valido dopo che avete presentato in azienda un reclamo per discriminazione, adito l’autorità di conciliazione o il tribunale, il licenziamento può essere contestato. La contestazione deve essere presentata prima della scadenza del termine di disdetta. Durante la procedura si applica una protezione contro il licenziamento. Il tribunale può ordinare il reintegro provvisorio per la durata della procedura qualora sembri probabile che siano soddisfatte le condizioni per l’annullamento del licenziamento. In alternativa, è possibile rinunciare alla prosecuzione del rapporto di lavoro e chiedere un’indennità pari a un massimo di 6 mensilità.

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Ritratto di Adrian Weibel
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Adrian Weibel

Capo consulenza giuridica | Avvocato